giovedì 3 maggio 2018

Strutturalismo e Generativismo: un confronto tra due teorie.



Introduzione.

Questo lavoro si pone l’obiettivo di mettere a confronto due grandi teorie linguistiche moderne: lo strutturalismo e il generativismo. Il dibattito linguistico, gli studi e la ricerca non sono affatto aderenti ad un unico modello teorico o di indagine, bensì a due grandi pensieri teorici che racchiudono in loro ulteriori correnti. Per la mia modesta esperienza posso dire di non aver mai assistito ad un confronto diretto tra la grammatica strutturale e quella generativa, bensì a prese di posizione nette che talvolta rifiutano l’esistenza o la validità di una teoria. A questo proposito è nata in me l’esigenza di metterle a confronto.
Nella stesura dell’elaborato, si descriverà la storia dello strutturalismo saussuriano con riferimenti alle caratteristiche principali, si darà, inoltre un’opinione personale sul generativismo evidenziando alcuni probabili punti deboli. L’attenzione sarà inoltre focalizzata sull’interazione tra i due inquadramenti teorici della linguistica e le altre discipline scientifiche o pseudo-tali.
E necessario dire che le tematiche sono molto  vaste, quindi è apparso opportuno dover selezionare alcuni argomenti. Nell’elaborato si farà riferimento, inoltre, ad alcuni motivi di rottura tra lo strutturalismo e il generativismo, quadro teorico che verrà affrontato per sommi capi data la necessità di contenere l’esposizione.




1) Le basi dello strutturalismo saussuriano.
Parlando di strutturalismo si fa riferimento alla scuola linguistica le cui radici, riprese da Hjelmslev, si trovano nel Corso di linguistica generale (CLG) di Ferdinand de Saussure, pubblicazione postuma composta a partire dagli appunti dei suoi allievi.
Il tentativo era  quello di riflettere sui metodi e sugli scopi della linguistica, come scrisse a Meillet in una lettera del 1894  << mostrare al linguista ciò che egli fa>> di fatto, la possibilità di dissertare di linguistica gli fu data attraverso l’affidamento di corsi universitari come linguistica generale, storia e comparazione delle lingue indoeuropee, tra il 1906 e il 1911. Dopo la sua morte due allievi decisero di pubblicare il CLG sulla base di appunti presi da alcuni uditori delle lezioni.
Se dovessimo riassumere le idee principali dello strutturalismo saussuriano, potremmo individuare 4 dicotomie che tuttora vengono trasmesse nelle lezioni di linguistica generale:
1) langue vs parole,
2) sincronia vs diacronia,
3) significante vs significato,
.4) rapporti sintagmatici vs rapporti associativii.
Risulta necessario specificare che tracce di ciascuna delle quattro opposizioni binarie di Saussure si possono riscontrare in Paul e Gabelentz; di seguito verranno analizzate le quattro dicotomie appena presentate.

1.1 La prima dicotomia teorizzata da Saussure: Langue vs parole.
Questa opposizione, fondamentale nella teoria strutturalista, getta le basi del funzionamento del linguaggio umano e dà del filo da torcere ai traduttori che non riescono a trovare il termine esatto per designare i due concetti che si contrappongono ad un terzo, quello di langage.
Dovendo spiegare con parole semplici i concetti sopra menzionati potremmo dire che la langue è il sistema di segni che compone il codice della lingua e che ha valore solo in relazione alla equivalenza o all’ opposizione all’interno del sistema stesso, mentre la parole equivale all’atto linguistico e al processo comunicativo attraverso il quale si costituisce un sistema circolare tra parlante e ascoltatore. Questa contrapposizione si riassume in un rapporto di astratto vs. concreto: secondo Saussure la langue è un’entità sociale comune all’insieme di invididui che condividono gli stessi rapporti di opposizione o equivalenza all’interno del sistema, mentre la parole è un atto individuale ossia l’utilizzazione concreta, in un dato contesto, di un solo elemento presente nel repertorio della langue. Al contrario di quanto era già stato detto da Paul, per Saussure la gerarchia degli elementi vede al primo posto il concetto di langue, l’elemento sociale, il codice e il canale attraverso cui si forma l’atto comunicativo.

1.2. I concetti di Sincronia e diacronia.
Un’altra opposizione dicotomica è quella tra sincronia e diacronia ossia tra indagine sulle lingue in un determinato momento (linguistica statica) e indagine sulle lingue dinamiche, a partire da loro processo di formazione e trasformazione. Questo concetto si può riassumere con un’altra opposizione: stato di lingua vs evoluzione di lingua.
Il primo elemento (sincronia o stato di lingua) “non è un punto, ma è uno spazio di tempo, più o meno lungo, durante il quale la somma delle modificazioni sopravvenute è minima”, il secondo elemento della dicotomia, invece, “studia non già i rapporti tra termini coesistenti di uno stato di lingua, ma tra termini successivi che si sostituiscono gli uni agli altri nel tempo”,  la langue è, quindi un’entità sincronica, nell’ottica saussuriana, contrapposta anche in questo caso a quella di Paul, si veda Graffi (2010), la linguistica sincronica si pone su un piano superiore, in quanto è l’unica realtà esistente per la massa dei parlanti, “accade lo stesso per il linguista: se si colloca nella prospettiva diacronica, non percepisce più la lingua, ma una serie di avvenimenti che la modificano.” Nel Corso di Linguistica Generale (1922), pag 111, Saussure prende ad esempio la negazione francese e il sostantivo pas che derivano dal latino PASSU(M) “passo”, ma che nel francese contemporaneo hanno caratteristiche perfettamente distinte.
L’opposizione tra sincronia e diacronia induce Saussure a rivedere il concetto di legge linguistica introdotto dai neogrammatici, tale legge, essendo un’entità sociale, deve essere “imperativa” e “generale”, caratteristiche che portano a distinguere tra legge linguistica sincronica e legge diacronica. Paragonando la legge di Grimm alla legge della terzultima, definisce la prima diacronica e la seconda sincronica specificando che le leggi sincroniche sono generali ma non imperative, visto che possono essere violate dando luogo a un nuovo stato di lingua, mentre le leggi diacroniche sono imperative, in quanto rilevano delle corrispondenze che si sono verificate in alcune specifiche condizioni, in relazione a fatti singoli che non investono il sistema in generale.

1.3. Significante vs. significato, l’idea saussuriana e l’utilizzo moderno dei termini.
Le nozioni di significante e significato, teorizzate in ambito strutturalista, sono state riprese in altri settori di analisi del linguaggio umano nel corso dei secoli, infatti non solo hanno un ruolo fondamentale nello studio della pragmatica della lingua, ma anche nelle teorie più moderne di comunicazione efficace e persuasiva, a partire da Jakobson, Watzlawick, Shannon e Weaver, tale questione, insieme ad altre che non verranno trattate in questo lavoro, testimoniano quanto la linguistica strutturalista abbia dato ad altre discipline inerenti e non allo studio del linguaggio umano.
Se dovessimo definire in termini moderni i concetti di significante e significato, potremmo dire che il primo è l’entità concreta veicolata attraverso il codice, composto a sua volta da segni arbitrari e convenzionali, (forma) che descrive un pensiero, relativo ad un oggetto, un’azione, o un elemento teorico che prende il nome di significato o referente (contenuto).
In termini saussuriani il concetto non è diverso (si veda Graffi, 2010, per l’origine ed i dibattiti sui termini utilizzati da Saussure) in quanto il significato è il valore linguistico interpretato sul piano del contenuto, mentre il significante sul piano della forma. Questi due elementi si trovano in relazione mediante un rapporto definito da Saussure come arbitrario, dato che non è presente un’apparente relazione tra /’kasa/ e “edificio costituito da un tetto e quattro mura perimetrali, all’interno del quale si può vivere”, idea che si trova in netta contrapposizione con le teorie che prevedevano un rapporto naturale tra significato e significante.
E’ importante sottolineare che il concetto di arbitrarietà del segno designa una sorta di rapporto in absentia, in quanto un certo segno esiste nello spazio in cui non è presente un altro di diversa natura, è da ribadire inoltre che la concezione di segno è strettamente correlata con la nozione di langue e l’opposizione dicotomica tra sincronia e diacronia. Nel primo caso, infatti, il segno non ha un valore di per sé espresso, bensì esiste nell’insieme di segni che appartengono a un codice condiviso da un gruppo di persone, per concludere, il motivo principale dell’arbitrarietà del segno è dato dal cambiamento dei segni stessi nell’evoluzione delle lingue, come, nel passaggio dal latino all’italiano, la nascita dei suoni affricati o la perdita di opposizione fonologica di quantità vocalica.


1.4 Rapporti sintagmatici vs rapporti associativi.
Per definire questa coppia di rapporti i linguisti sono soliti usare due sintagmi latini: in praesentia ed in absentia, Saussure a pagina 149 del Corso di Linguistica Generale parla delle combinazioni di parole definendole sintagmi che hanno un valore e veicolano un significato in relazione oppositiva alla presenza di altre parole che precedono o seguono l’elemento che compone il sintagma stesso. Un altro caso di rapporto sintagmatico si riscontra nella fonetica, all’interno della sequenza di suoni di cui è composto un lessema /’aŋkora/ sarà visto non come A-N-K-O-R-A bensì come un continuum di suoni condizionati tra loro, infatti la nasale /n/ acquisirà il il tratto di velarità perché seguita da una consonante velare, se invece fosse seguita da labiodentale /n/ si muterebbe in /ɱ/.
Per Saussure i rapporti sintagmatici non afferiscono strettamente al piano della parole. dato che quest’ultimo presenta una totale libertà di combinazioni, mentre non tutti i sintagmi possono essere egualmente liberi: il vasto numero di frasi fatte, locuzioni o giri di frase che presentano sia il francese che l’italiano dimostra che l’uso vieta di cambiare gli elementi o la loro posizione all’interno del sintagma stesso, quindi questa tipologia di sintagmi, insieme alle parole derivate o composte fanno parte del piano della langue, di contro la frase in quanto entità astratta è un elemento della parole, dato che è frutto di tutte le possibili combinazioni di parole presenti in un certo repertorio linguistico.
Per quanto riguarda i rapporti associativi, chiamati da Hjelmslev paradigmatici, la questione è più semplice, questi, infatti fanno parte senza dubbio del piano della langue e sono frutto di accostamenti di tipo associativo, per esempio sinonimi, ossia la selezione di una parola rispetto ad un’altra di significato analogo, oppure l’associazione di parole dello stesso campo semantico, ad esempio: “scrivere”, “scrivania”, “scrittura” ecc.. “Una parola qualsiasi può evocare sempre tutto ciò che è suscettibile di esserle associato, in una maniera o in un’altra.associazioni++_.jpg
1) Rapporti sintagmatici e paradigmatici.

Nella figura 1 si possono ossrevare i tipi di rapporti che intecorrono tra le parole o all’interno di una parola stessa composta da più parti, i rapporti sintagmatici sono espressi da una freccia orizzontale che determina l’unione del tema e della desinenza, i due elementi in praesentia affideranno un significato specifico alla parola e diverso da quello della parola immediatamente sottostante sull’asse di sinistra, quadru-plice è diverso da quadru-pede. Nella figura si possono vedere anche i tipi di associazioni che possono avere luogo tra parole a destra l’associazione per desinenze a sinistra per radici.

1.5 Lo strutturalismo dopo Saussure: gli sviluppi e i contributi alle altre discipline.
Molte sono state le correnti della linguistica europea ispirate alle idee del fondatore dello strutturalismo, le correnti strutturaliste, anche chiamate scuole, erano formate da gruppi di studiosi che condividevano in alcuni punti fermi della loro ricerca. In questa sezione analizzerò sommariamente  i punti principali delle varie scuole strutturaliste.
Il punto di partenza era la concezione della lingua come sistema o struttura, diverso da quello dei neogrammatici che prevedevano che la lingua fosse dominata da regole esistenti solo sul piano diacronico, non ammettevano infatti che potesse esistere un’analisi sincronica della lingua, come viene ricordato in Graffi (2010) un altro aspetto che discosta lo strutturalismo dalle visioni precedenti è l’abbandono della componente psicologistica del linguaggio umano che, invece, deve essere descritto sulla base delle sue funzioni e del sistema, l’abbandono totale della concezione psicologica del linguaggio si ritroverà completamente nelle scuole di Praga e di Copenhagen.
La scuola di Ginevra ha visto la nascita del CLG di Saussure, in quanto alcuni membri ne curarono l’edizione formata, come già è stato detto, dai manoscritti del maestro e dagli appunti di suoi scolari.
La scuola di Praga, ha avuto moltissime ripercussioni a livello internazionale e ha dato i natali ai più famosi fonologi e fonetisti della storia della linguistica, fiorita intorno agli anni ‘20 e ‘30 del Novecento. All’interno di questa scuola si gettarono le basi del funzionalismo che tendeva ad identificare le funzioni del linguaggio (Jakobson) che tutt’oggi vengono studiate anche nei corsi di analisi del testo, le funzioni della lingua sono, infatti le medesime, che si possono elencare nell’analisi testuale e quindi nella pragmatica e nella scienza della comunicazione. La scuola di Praga fonde i piani sincronico e diacronico cercando di indagare a livello strutturale anche le evoluzioni delle lingue ed i mutamenti nel tempo. Ai praghesi si deve anche la teorizzazione delle nozioni di fonema, allofono, tratti distintivi binari e opposti, e di coppia minima. Da alcuni studiosi Jakobson è ritenuto la punta estrema dello strutturalismo in quanto ha ideato l’universalità dei tratti distintivi e il binarismo che secondo lui potrebbe essere anche alla base del funzionamento del cervello che opera attraverso opposizioni dicotomiche binarie. Si deve ancora alla scuola di Praga l’idea di economia linguistica esposta da Martinet che si è anche occupato di linguistica generale e di sintassi.
Per quanto riguarda la scuola di Copenhagen è necessario citare Hjelmslev che completa l’idea di struttura definendola sistema e tenta di declinare la linguistica saussuriana in termini di filosofia della scienza positivista, a lui si deve l’invenzione della glossematica ossia l’analisi della lingua a qualsiasi livello (fonologico, morfologico ecc.) il tentativo è quello di purificare la linguistica eliminando le interazioni con la psicologia e la sociologia.
I contributi che lo strutturalismo ha apportato alle altre discipline si riscontrano, oltre che in critica letteraria, anche in campi come l’antropologia culturale (Lévi-Strauss) la psicologia (Lacan) la filosofia marxista (Althusser). Lo strutturalismo, infine, è stato il maggior creditore dei fondamenti delle scienze umane del Novecento.

2) Una nuova interpretazione della linguistica: il generativismo.
Nel capitolo precedente non si è fatto menzione allo strutturalismo americano, dato che si è preferito descrivere il quadro europeo. La corrente denominata “grammatica generativa” teorizzata da Noam Chomsky e dai suoi seguaci prende le distanze dallo strutturalismo americano di impronta bloomfieldiana. Chomsky, americano, nato da una famiglia di ebrei di origine russa si interessa, tra le altre cose, di politica e conflitti tra ebrei e arabi, e durante la sua tesi di primo livello, stesa in chiave strutturalista, cerca di mettere in relazione forme di parole tra cui non intercorre alcun legame, riconducendole a possibili forme soggiacenti. Gli anni trascorsi all’università di Cambridge, Massachussets si riveleranno per lui fondamentali per gli studi e l’elaborazione delle sue teorie.
La prima grande rottura con lo strutturalismo è proprio l’invenzione del concetto di forma soggiacente che si distacca dalla concezione strutturalista basata sull’osservazione del piano concreto della lingua, la grammatica chomskyana parte, infatti,  dalla competenza ossia da tutte le combinazioni possibili all’interno della lingua, combinazioni che, a mio modesto avviso, spesso non si riscontrano nell’uso concreto. Un altro dogma strutturalista che viene ribaltato è il concetto di arbitrarietà, per Chomsky esistono delle categorie universali, degli aspetti e degli elementi che contraddistinguono le parole di tutte le lingue del mondo: intenzionalità, fattività, intensività, eventività, queste caratteristiche devono esistere obbligatoriamente e permettono al parlante di selezionare o meno una parola o un suo sinonimo.
E’ opportuno aggiungere che la grammatica generativa ha vissuto un rapidissimo sviluppo trovando un vasto numero di consensi nel mondo, negli ambienti in cui si fa ricerca in linguistica teorica il generativismo non è più quello chomskyano a tutti gli effetti, ma sia la teoria minimalista, sia l’approccio cartografico messo in atto da Guglielmo Cinque, fanno sicuramente riferimento a questo grande quadro teorico, non si pensi, tuttavia, che lo strutturalismo sia stato soppiantato del tutto.
2.1 La formulazione della teoria generativa.
Cercare di  fornire un quadro semplice e chiaro della grammatica generativa è pressoché impossibile, data non solo la complessità delle argomentazioni, ma anche la quantità di correnti teoriche che fanno parte del generativismo. Mi limiterò quindi ad enunciare le principali nozioni presentate nel corso dello sviluppo della grammatica generativa e dopo una breve introduzione mi soffermerò sul concetto di principi e parametri, afferente alla teoria della reggenza e del legamento, proseguirò la trattazione parlando di minimalismo.
Le basi della teoria generativa si ritrovano nel metodo cartesiano della scuola di Port Royal e in Humboldt, in cui si parlava di creatività del linguaggio, ossia di “uso infinito di forme finite”, concetto che si lega alla teoria della ricorsività del linguaggio. Si può affermare che la grammatica generativa ha attinto continuamente, al contrario dello strutturalismo, ad altre discipline quali la matematica, l’informatica e le scienze cognitive.
Come si è già detto sopra, l’oggetto di indagine della GG è la grammatica stessa ossia la competenza, un sistema di principi che consente al parlante ideale di riconoscere la grammaticalità di una frase, in un contesto ideale privo di interferenze, per i generativisti la grammatica, cioè il linguaggio, è una facoltà innata ereditata a livello genetico quindi una caratteristica specifica degli esseri umani. Il linguaggio, in parole povere, è comune a tutti gli uomini ed è dominato da una serie di principi universali (finiti) come ad esempio quello che prevede che ogni frase abbia un soggetto anche se non pronunciato, saranno poi i diversi parametri (anch’essi finiti) a spiegare la varietà delle lingue, ogni cambiamento, mutazione o motivo di divergenza con le altre lingue sarà definito derivazione, anche lo stesso cambiamento dell’ordine dei costituenti per topicalizzare o focalizzare un concetto, prenderà il nome di derivazione o trasformazione. Per riuscire ad individuare tutti i principi ed i parametri universali è necessario fare indagini a livello comparatistico in tutte le lingue (teoria dei principi e dei parametri).
Bisogna ricordare che per Chomsky l’oggetto della linguistica è la sintassi, cioè la concatenazione delle parole nella frase, questo processo sta alla base del linguaggio naturale ed è l’unità minima senza la quale un codice non potrebbe essere compreso. Il linguaggio è, secondo Chomsky, composto da una serie di livelli che verranno illustrati in figura 2.
Come si vede, infatti, le regole di struttura si uniscono al patrimonio lessicale, dando vita alla struttura profonda della frase, che ha, a seconda della posizione dei costituenti e del significato delle parole, un valore semantico ben preciso. Pertanto la struttura soggiacente subirà delle trasformazioni (derivazioni) che daranno luogo ad una struttura superficiale che con l’aiuto della fonologia sarà definitivamente pronunciata assumento un carattere concreto o cambiando, a seconda dell’intonazione, il significato della frase stessa (topic e focus).aspects_05.jpg
E’ impossibile parlare di generativismo come di una corrente unitaria, visto che oltre ad aver vissuto, ai suoi albori, tre fasi di interpretazione, che non elencherò, ha visto, in tempi moderni, altri due filoni di analisi del linguaggio: la teoria minimalista, e la teoria GB (government and binding.
1) La teoria della reggenza e del legamento (government and binding) mantiene la distinzione tra un livello di struttura soggiacente (deep structure), che agisce sulle entrate lessicali, e uno di struttura superficiale (surface structure), che assume come proprio input l’output del livello precedente e lo fornisce a sua volta come input alla rappresentazione fonetica e a quella semantica. L’ordine degli elementi all’interno della struttura sintattica e i rapporti reciproci di dipendenza assumono così in questa teoria un ruolo ancora più importante che nelle fasi precedenti, Il principio di legamento regolerà le differenze tra anafore, pronomi ed espressioni referenziali.
2) La teoria minimalista, Chomsky (1995), tenta di concepire la grammatica come una procedura computazionale che opera direttamente su elementi del lessico, componendoli in costituenti. Una delle più importanti innovazioni del modello consiste nell’abbandono dei livelli di rappresentazione interni alla sintassi che caratterizzano invece tutti i modelli precedenti. In particolare, non si postula più la separazione tra struttura profonda e struttura superficiale, poiché si può dimostrare che entrambi questi livelli di rappresentazione sono privi di proprietà specifiche e non svolgono funzioni che non possano essere svolte da altri componenti. Per es., non essendovi più la formazione di una struttura di base cui si applicano trasformazioni che producono una struttura di superficie, una frase passiva e la corrispondente attiva sono generate attraverso due derivazioni diverse, senza che una sia alla base dell’altra.
Continuando ad elencare le caratteristiche del generativismo, si può affermare con certezza che questo non è un quadro teorico nato per l’analisi dei fenomeni di mutamento o per spiegare la differenza tipologica tra una lingua e l’altra, ci sono stati e ci sono tuttora tentativi di applicazione della GG all’analisi sintattica di testi antichi, da parte di illustri linguisti italiani, tuttavia tali tentativi risultano ancora adesso alquanto azzardati.

2.2 Il concetto di grammatica universale.
La teoria della GU nasce in seno al generativismo per spiegare il fenomeno di acquisizione del linguaggio, il generativismo, infatti, si propone di indagare i processi inconsci che stanno alla base del linguaggio umano.
Chomsky definisce la grammatica come un certo meccanismo (device) produttore (producing) di sintagmi e frasi del linguaggio che viene analizzato, Baez San José (1974) specula molto sui termini device “dispositivo” e produce “produrre” dicendo che il primo caso è la dimostrazione del debito che la GG ha nei confronti dell’informatica e delle scienze elettroniche, mentre la parola “produrre” colloca il device dalla parte del parlante e non dell’ascoltatore, per questo motivo, secondo Baez, si è preferito modificare il termine produce “produrre”, in generate.
Per Chomsky la GU è quel dominio di regole universali che stanno alla base di tutte le lingue del mondo (si veda sopra: "la teoria dei principi e dei parametri") è quindi possibile che esista uno strumento predisposto alla produzione di frasi grammaticali, che con un minimo di riscaldamento inizia a selezionare e a generare una serie finita di infinite combinazioni possibili. Il linguaggio umano, oltre ad essere creativo, è anche ricorsivo, in quanto si può arricchire ed espandere un sintagma all’infinito. I maggiori studi di grammatica generativa e di teoria minimalista sono incentrati sul ruolo del parlante, ossia dell’emissore dell’atto comunicativo, di fatto se la frase è grammaticale, ma perfettamente incomprensibile non è un grosso problema. La grammatica generativa inoltre funziona mettendo in atto una serie di algoritmi di produzione della frase che stanno anche alla base del processo di comprensione semantica.

2.3 I contributi della grammatica generativa.
Come è stato già spiegato, la GG nasce per spiegare i fenomeni sintattici che stanno alla base del linguaggio umano, tuttavia nel corso del tempo si è applicato questo quadro teorico anche allo studio di fonologia (Halle) che ha modificato i tratti distintivi che erano stati teorizzati da Jakobson, pur mantenedo il binarismo dei tratti ribalta il punto di partenza e si passa da tratti distintivi acustici a tratti articolatori, i tratti “chomskyani” sono anche in numero maggiore rispetto a quelli di Jakobson, sempre in ambito generativista si passa da una visione lineare della fonologia alla fonologia autosegmentale o non lineare in cui ogni segmento proietta una o due struttura scheletriche soggiacenti, dando poi vita ai costituenti della sillaba.
La fonologia generativa si è occupata anche di intonazione e prosodia, di interfaccia tra sintassi e prosodia (per questo si vedano i lavori di Giorgi, Pianesi, Benincà e Poletto.
In ambito fonologico è opportuno ricordare optimality theory, la teoria dell’ottimalità per cui nel cervello umano è presente un dispositivo atto a generare una stringa infinita di segmenti che attraverso dei vincoli verrano modificati o enunciati, i vincoli (di natura universale) sono disposti in ordine gerarchico che conferisce loro la violabilità o inviolabilità.
La GG ha inoltre dato vita alla linguistica matematica, alla statistica linguistica e alla teoria dell’informazione.


2.4 Sull’universalità della grammatica generativa.
Il titolo scelto per questa sezione è ovviamente di carattere provocatorio, l’intento è avanzare delle critiche alla grammatica generativa che ormai ha preso campo in moltissime scuole linguistiche. Personalmente, ho avuto a che fare da vicino con il quadro teorico in questione e mi sono sorte molte domande: qual è il ruolo del ricevente? Qual è il ruolo del contesto? Se un dato fenomeno linguistico funziona in giapponese ma non in italiano dev’essere per forza un universale? E’ vero che il linguaggio umano è figlio di una grammatica universale? L’intento di questa sezione non è certo quello di rispondere a tutte le domande che sono state messe sul piatto, tuttavia si può fare una riflessione.
Agganciandoci al baluardo della grammaticalità possiamo enunciare frasi di questo tipo:
1) Spero a te, domani, il libro, di poter portare.
Come si può vedere la frase in 1 ha un ordine molto marcato dei costituenti che devono essere scanditi con un’intonazione specifica, tuttavia risulta completamente grammaticale e frutto di opportuni movimenti fatti dalle regole di trasformazione. A questo punto viene da chiedersi quanto sia comprensibile l’enunciato 1 da parte dell’ascoltatore e quanto sia possibile che un parlante riesca a realizzarlo nella quotidianità.
Il punto di debolezza della GG si trova nell’importanza data alla competenza linguistica, ogni parlante può generare una serie infinita di sintagmi e concatenarli a proprio piacimento, ma la pragmatica (livello di cui la grammatica generativa non si è mai voluta occupare) a cui è necessario ricorrere per spiegare fenomeni tipo tema sospeso, focus, topic, sarebbe in grado di dirci che la frase 1 non può essere una frase dell’italiano, dato che l’uso e l’economia linguistica la definirebbero incomprensibile.
Un altro punto di debolezza della GG è la teoria della GU e dell’acquisizione del linguaggio, nonostante siano largamente accettate dai linguisti, nessun neuropsicologo è riuscito ancora a sciogliere le riserve sui tempi e sulle modalità di acquisizione del linguaggio, se fosse veramente una caratteristica innata ognuno dovrebbe poter imparare a parlare senza entrare in contatto con altri parlanti, inoltre non ci sarebbe ragione nell’esistenza di una gamma così vasta di lingue, tutti i parlanti dovrebbero possedere lo stesso idioma. In ultima istanza, la gerarchia di vincoli, violabili e non violabili, dimostra, forse, che non si è ancora raggiunta la completezza della grammatica universale e che vista la grande varietà di lingue è improbabile riuscire a individuare un numero ridotto di elementi comuni a un’unica lingua soggiacente.

Conclusioni.
Lo scopo di questo lavoro era mettere a confronto due teorie linguistiche che hanno ricoperto più di un secolo di pensiero e di studio.
Da una visione della lingua come insieme (sistema) a una visione tecnologica della lingua come dispositivo di generazione di enunciati. Due idee completamente opposte, determinate, a mio modestissimo avviso, dall’ambiente di nascita e sviluppo delle due teorie, infatti lo strutturalismo  nasce e si diffonde in ambiente umanistico e filosofico, mentre il generativismo nasce al MIT di Boston, in un politecnico, ambiente in cui l’impronta scientifica della tecnologia e della matematica ha un ruolo di primaria importanza.












Bibliografia.

BAEZ SAN JOSÉ V.:“Introducción crítica a la gramática generativa”,Barcellona, Editorial Planeta, 1975
CHOMSKY N.: “La grammatica generativa trasformazionale”, Bologna, Boringhieri, 1970.
GRAFFI G.: “Due secoli di pensiero linguistico”, Firenze, Carocci, 2010.
LEPSCHY G.: a cura di, “Storia della linguistica”, Bologna, Il Mulino, 1994.
SAUSSURE F. de: “Corso di linguistica generale”, trad. it. con introduzione e commento di T. De Mauro, Bari, Laterza, 1967.








Le funzioni dell’avverbio spagnolo. Sintassi, semantica, e pragmatica a confronto.




Introduzione.
  Il lavoro che verrà sviluppato di seguito si propone l’intento di descrivere le funzioni dell’avverbio nella lingua spagnola attraverso la metodologia che si applica durante la stesura di una bibliografia commentata. In prima battuta si analizzeranno le considerazioni fatte da studiosi appartenenti a correnti linguistiche diverse, secondariamente si effettuerà una classificazione dell’avverbio dal punto di vista sintattico e semantico, facendo leva sulla caratteristica, squisitamente avverbiale, di mettere in relazione l’interfaccia sintattica con quella semantica. E’ necessario ricordare che gli studi attuali di grammatica spagnola sono frutto di tutte le correnti di indagine che hanno investito la linguistica nel corso dei decenni, questa premessa è utile per spiegare che non esiste letteratura di stampo esclusivamente sintatticista, bensì, è frequente, tra i linguisti spagnoli, mettere in relazione le funzioni sintattiche con i ruoli riscontrabili in semantica e in pragmatica.
  Prima di addentrarsi nell’analisi relativa alle questioni sopra menzionate è necessario definire la nozione di avverbio. Il dizionario della Real Academia Española propone una definizione minuziosa che riporterò (ridotta) di seguito, in traduzione:
“Avverbio: (dal latino adverbĭum) parola invariabile la cui funzione consiste nel complementare il significato di un aggettivo, di un verbo o di un avverbio”.
La nuova Grammatica della lingua spagnola, invece, integra la definizione applicando al concetto di complementatore di sintagma, la nozione di modificatore di un grande numero di sintagmi di vario genere. La grammatica generativa, inoltre, specifica che l’avverbio, non fa riferimento a una classe di parole, bensì ad un insieme eterogeneo di parole, sintagmi preposizionali, e clausole, che in momenti specifici svolgono un ruolo avverbiale.
Di fatto sarà proprio la nozione di modificatore (del sintagma, o della clausola) il punto chiave su cui si svilupperà questo elaborato.

Capitolo 1: L’avverbio nelle diverse correnti di studio.
  L’avverbio è un elemento grammaticale che svolge il ruolo di modificatore del sintagma o dell’elemento a cui si riferisce, può essere costituito da una semplice parola, oppure può essere di natura perifrastica, o verbale. La prima considerazione che deve essere fatta è la seguente: l’avverbio è l’elemento linguistico che modifica sia verbi, sia aggettivi, sia avverbi, in un rapporto di disgiunzione escludente, ossia ogni singolo avverbio modifica solo uno di questi elementi, e non tutti e tre insieme.
L’opinione corrente negli studi di grammatica spagnola, a partire da qualsiasi tipo di impostazione linguistica, è che l’avverbio abbia in sé caratteristiche simili a quelle dell’aggettivo, infatti attribuisce alcune particolarità a un dato elemento grammaticale, proprio come fa l’aggettivo con il nome, a questo proposito la grammatica tradizionale, e parte della grammatica strutturalista, fanno coincidere la classificazione dell’aggettivo con quella dell’avverbio, si veda l’esempio seguente:

1 Juan caminó ayer penosamente por entre las rocas.
   Gianni ieri ha camminato penosamente tra le rocce.

il predicato è modificato, oltre che dal sostantivo, anche da avverbi di tempo (ayer), di modo (penosamente), e da una perifrasi preposizionale.
  Un’altra linea di studio degli avverbi, poco estesa, e alquanto antiquata, come la precedente è quella che fa coincidere l’avverbio con sintagmi preposizionali, es.: con franchezza-francamente, così il sintagma spagnolo amar con ternura (amare con tenerezza), corrisponde ad amar tiernamente (amare teneramente), dove la preposizione è implicita nell’avverbio di modo uscente in -mente; tali avverbi si possono considerare come espressioni compendiate e ridotte ai minimi termini:

2 llegó EFECTIVAMENTE tu carta a mis manos.
 è arrivata effettivamente nelle mie mani la tua lettera.

 
 
Un’ulteriore funzione avverbiale importante si riscontra nel gerundio, che in spagnolo assume il ruolo di modificatore modale del predicato, “rispose piangendo”, “passa correndo”, a questo proposito, González García (1997) specifica che il gerundio permette che una clausola funzioni completamente come avverbio, questo, in effetti, si verifica anche in italiano, apporrò un esempio per chiarire questa teoria:
3 Gianni parla come è solito fare quando è arrabbiato.
La frase introdotta da “come”, che in spagnolo, tradotta alla lettera, funziona perfettamente, racchiude in sé tutti i tratti avverbiali, nello specifico dell’avverbio di modo, e può essere tranquillamente sostituita con il gerundio di un verbo che contiene tutti i tratti semantici esposti dalla clausola, la trasformazione, infatti dà luogo a
4 Gianni parla gridando.
Tuttavia, è utile specificare che la relazione gerundio-avverbio di modo si verifica solo sotto determinate condizioni, infatti in
5a lo veo perfectamente
     lo vedo perfettamente
si nota la presenza di un avverbio di modo che può essere sostituito o da altri avverbi simili, tipo nitidamente, chiaramente, oppure da aggettivi o sintagmi preposizionali,
seconda che quest’avverbio svolga rispettivamente le funzioni di complemento di modo (5b), oppure di predicativo dell’oggetto (5c)
5b lo vedo con chiarezza
5c lo vedo molto bello.
 Per completare il quadro sulla descrizione degli avverbi, prima di passare all’analisi che di questi fanno gli studiosi di grammatica generativa è necessario citare anche la posizione che gli strutturalisti hanno sull’argomento. Gli studi inseriti in questa corrente possono raggrupparsi in due punti di vista differenti:
a) gli avverbi sono varianti di altre categorie grammaticali e devono essere trattati come una pseudocategoria,
b) gli avverbi si trovano in relazione con le altre categorie, ma non possono essere trattati come loro varianti.
E’ proprio questa seconda teoria quella che verrà presa in considerazione dalla gran parte degli strutturalisti, e che può essere riassunta in questo modo: nella classe degli avverbi possono essere presenti alcuni che sono solo modificatori di clausola, non complementi circostanziali o avverbiali, e viceversa,
6a) *Lentamente, Juan no entró en clase.
6b)  Lentamente Juan no entró en clase.
6c)  Posiblemente, Juan no entró en clase.
In 6a l’avverbio, posto prima di una virgola, ottiene una prosodia di “comma intonation”, ma la frase spagnola risulta agrammaticale, sappiamo benissimo che questa specifica sintassi dell’avverbio impone a quest’ultimo la funzione di modificatore di clausola, ma dal punto di vista semantico e pragmatico la frase è priva di significato, visto che l’avverbio indicato può svolgere solo la funzione di complemento circostanziale di modo come in 6b. L’esempio 6c, invece, contiene un avverbio dubitativo, infatti posiblemente deve essere tradotto in italiano con il sintagma “è possibile che”, “può essere che”, che in quella posizione svolge la funzione di modificatore della clausola. Attraverso questi esempi è possibile capire la autonomia delle forme avverbiali propugnata dagli strutturalisti.







Capitolo 2: Le funzioni dell’avverbio spagnolo.
 In spagnolo l’avverbio svolge le più varie funzioni sintattiche, di seguito verranno elencate brevemente e verrà posta l’attenzione, in particolare, sull’avverbio come modificatore di clausola.
Quasi tutti gli autori sono concordi nell’affermare che la funzione più caratterizzante dell’avverbio è quella di modificatore del verbo, con questa definizione si intende esprimere il concetto di complemento circostanziale con le sue varianti, di luogo, di tempo, di modo, di quantità, ed altri. E’ doveroso specificare che la grammatica tradizionale non ha mai dissipato il dubbio tra funzione sintattica e funzione semantica, infatti nella frase seguente frase possiamo riscontrare un’ambiguità:
7) Su hijo lo miró y demoró brevemente la risposta.
   Suo figlio lo guardò e ritardò brevemente la risposta.
l’avverbio, evidenziato in neretto, può essere semanticamente confuso in avverbio di tempo, o avverbio di quantità, di fatto secondo la classificazione di Huang (1976) indica una quantità di tempo.
E’ per questo motivo che la funzione di complemento circostanziale è stata precisata e delimitata da una prospettiva decisamente sintattica che ha creato tre definizioni:
a) complemento avverbiale (avverbio nucleare, preceduto o meno da preposizione
a)vengo desde allí.
    Vengo da lì.
8)         b) lo coloqué allí
    Lo collocai lì.
c) me trató correctamente
     Mi trattò correttamente.
b) additamento (avverbio marginale preceduto, o meno, da preposizione)
a) desde entonces no sé de él.
   da allora non so (niente) di lui.
9)         b) aquí perdí el bolígrafo
    qui persi la penna
c) colocó correctamente la carga  
    ripose correttamente il carico.
c) supplemento (avverbio nucleare preceduto necessariamente da una preposizione)
a) olvidémonos de hoy
   dimentichiamoci di oggi
10)       b) disponemos de hoy y mañana para acabar el trabajo
               disponiamo di oggi e domani per terminare il lavoro
           c) pensemos en mañana
               pensiamo a domani.
Nel quadro dell’avverbio come modificatore del verbo troviamo, oltre alla funzione di complemento circostanziale, anche quella di complemento di maniera, specifica degli avverbi che escono in -mente, García (1997) cita Chomsky (1965) affermando che quest’ultimo fu uno dei primi studiosi che scorse il legame tra complemento di maniera e trasformazione: alcuni verbi ammettono avverbiali di maniera, ma altri li rifiutano, rifiutando, oltretutto, una costruzione passiva, l’avverbiale di maniera deva, secondo Chomsky, avere un elemento supporto che indica che la trasformazione passiva può essere messa in atto. A onor del vero si deve dire che questa teoria, indubbiamente giusta, è stata smussata e specificata da Dik (1973) il quale fa coincidere la nozione di avverbiale con quella di derivazione passiva, a partire dall’idea che gli avverbi sono compatibili con azioni dinamiche e controllate, i verbi di stato, invece, non possono contenere una “marca avverbiale”, a questo proposito
11 Gianni lavora ritmicamente/ Juan trabaja rítmicamente
risulterà grammaticale, rispetto a
12 *La macchina era guasta ritmicamente/ *La máquina estaba estropeada rítmicamente.

Dopo aver brevemente parlato dell’avverbio come modificatore del verbo concentrerei l’attenzione sull’avverbio modificatore di clausola, tralasciando le altre funzioni, non perché siano ritenute poco importanti, bensì perché quest’ultima, a mio parere oltre a veicolare informazioni di carattere semantico (oltre che sintattico) possiede anche tratti afferenti alla pragmatica, cioè all’uso che quotidianamente un individuo fa del proprio linguaggio. Tali avverbi modificano tutta la frase, sono quindi esterni, questo carattere periferico si manifesta attraverso la separazione degli elementi avverbiali mediante pause, e la collocazione in ordine libero (13) queste condizioni fanno sì che l’avverbio non possa essere in posizione di focus interrogativo (wh-) (14), focus negativo (15), comparazione (16), cleft sentence, frase dislocata (17); nel primo blocco di esempi, si noterà che la posizione dell’avverbio (modificatore di clausola) in spagnolo è, libera:
13a  Afortunadamente, el profesor está en su casa
13b El profesor, afortunadamente, está en su casa
13c El profesor está, afortunadamente, en su casa
13d El profesor está en su casa, afortunadamente,


14a ¿Cómo está el profesor en su casa?/ -*Afortunadamente
       Come sta il professore a casa sua?/ - *Fortunatamente
14b *¿Está el profesor en su casa afortunadamente?/ -No, está desgraciadamente.
    *Il professore è a casa sua fortunatamente? (in maniera fortunata) - No, è lì sfortunatamente.
14c *¿ Está el profesor en su casa aflotunada, o desgraciadamente?
      * Il professore è a casa sua fortunata o sfortunatamente?


Nei tre esempi riportati in 14 si può notare che l’avverbio non può rispondere alla domanda “come?” quindi non svolge la funzione di complemento di maniera.

15 *El profesor no está en su casa afortunadamente sino desgraciadamente.
    *Il professore non è a casa sua fortunatamente, bensì sfortunatamente.
16 *El profesor está en su casa más afortunada que desgraciadamente.
    *Il professore è a casa sua più fortunatamente che sfortunatamente.
17 *Afortunadamente es cómo está el profesor en su casa
    * Fortunatamente è come sta il professore a casa sua,

l’esempio 17 è da intendersi come risposta a una domanda del tipo “come…?”.
A questo proposito è utile specificare che questi avverbi, chiamati in spagnolo “disgiunti” perché occupano una posizione extraorazionale, esprimono semanticamente una valutazione, relativa allo stile, (avverbi performativi) o al contenuto della comunicazione, tali elementi vengono chiamati, in pragmatica, modalizzatori, e hanno la funzione di sfumare il significato di un enunciato, o di inserire l’opinione del parlante, i performativi avverbiali sostituiscono perifrasi come “sinceramente parlando” o “detto sinceramente”, per questo motivo possono trovarsi a precedere enunciati esortativi, desiderativi o interrogativi.
18 Sinceramente, ¡ven mañana también! (sinceramente, vieni anche domani!)
19 sinceramente, ojalá vinieras mañana también (sinceramente, magari venissi anche domani)
20 sinceramente, ¿vendrás mañana también? (sinceramente, verrai anche domani?).
I “disgiunti” di attitudine sono, invece, semanticamente più vari, entrano nella lista avverbi come lamentablemente, sabiamente, curiosamente, coherentemente, ciertamente, probablemente, se provassimo a sostituire uno di questi avverbi tipo probablemente (probabilmente) con l’avverbio performativo che compare nelle tre frasi precedenti ci renderemmo conto che gli enunciati risulterebbero completamente errati, dunque gli avverbi di attitudine (modalizzatori del discorso) non possono precedere enunciati esortativi, desiderativi, o interrogativi.
Gli avverbi di attitudine, nella pragmatica spagnola, si dividono in avverbi di dimensione logica e avverbi di modalità (vera e propria), i primi, secondo Fuentes Rodríguez, non sono periferici, bensì sono integrati nella struttura sintattica della frase, a questo proposito possono introdurre frasi interrogative:
21 ¿es ciertamente de día?
     è sicuramente di giorno?
22 ¿es realmente así?
     è veramente così?

non devono necessariamente stare separati dal corpo intonativo della clausola,
23 los jovenes de hoy nos sentimos realmente marginados
    i giovani di oggi si sentono realmente emarginati.

Curiosa è la questione se analizziamo le frasi incassate, che contengono gli avverbi di cui abbiamo parlato nel corso dell’elaborato:

23 *Juan dijo que, francamente, no era posible
suonerà a qualsiasi hispanofono una frase perfettamente agrammaticale, visto che l’avverbio “francamente” trasmette un’ intenzione del parlante di dire le cose così come sono capitate realmente, nel caso specifico di discorso indiretto il parlante non sarà piú Juan, ma sarà colui che emette l’enunciato, quindi perché la frase risulti grammaticale è necessaria una costruzione come la seguente:

24 Francamente, Juan dijo que no era posible.


Diverso è il caso se utilizziamo un avverbio come “evidentemente” (avverbio modalizzatore di oggettività) questo esprime un concetto oggettivo, evidente, tangibile, per cui può trovarsi in una frase incassata come il discorso indiretto, visto che non è orientato necessariamente verso il parlante, bensì attribuisce delle caratteristiche al contenuto dell’enunciazione.
Conclusioni.
Per concludere questo piccolo elaborato possiamo dire che l’avverbio è una delle categorie grammaticali che più svolge il ruolo di interfaccia tra la sintassi e la semantica, che unite vanno a formare la pragmatica linguistica. Come già detto nell’introduzione, questo lavoro non ha avuto un taglio squisitamente sintatticista, poiché la bibliografia in mio possesso, e gli studi di grammatica spagnola hanno luogo su un terreno che contiene i tre strati del linguaggio che sono stati elencati sopra. E’ anche giusto ricordare che effettivamente uno studio meramente di sintassi non avrebbe potuto spiegare il perché di certi divieti dello spagnolo nei confronti degli avverbi, che dopo essere stati classificati in semanticamente, vanno a occupare un posto specifico all’interno della frase.










Bibliografia.

Cinque, G.  1999, Adverbs and functional heads a cross-linguistic perspective, Oxford, Oxford university press.
Fuentes, C. 1991, “Adverbios de modalidad”, Verba.
González García, L., El adverbio en español, 1997, Servicio de publicaciones Universidade Da Coruña.
Real Academia Española, 2009,  Nueva Gramática de la lengua española, Madrid, Espasa, vol. 2, sintaxis.